Conoscenza di sè

Andare dallo psicologo/psicoterapeuta: davvero “ultima spiaggia”?

Andare dallo psicologo/psicoterapeuta: davvero “ultima spiaggia”?

Mi è capitato di ascoltare una persona mentre mi diceva:

“Decidere di chiamarla è stata proprio l’ultima spiaggia…”.
Lì per lì la frase mi è suonata come uno specchio dello stato d’animo di quel momento, ma poi ha sempre di più assunto i connotati della “resistenza” vissuta prima del contatto con me: è così difficile per alcune persone decidere di rivolgersi allo psicologo/psicoterapeuta, quando – se così non fosse – potrebbero raggiungere prima ciò che cercano!
Come mai questo momento viene visto con così tanta diffidenza o timore? si fa così fatica a riconoscersi nella condizione di poter chiedere aiuto ad un professionista del benessere interiore? forse il pensiero comune è ancora che chi ci va è “matto”?

Io non credo che la credenza comune sia ancora così superficiale.
La psicologia è una scienza certamente giovane, ma da un po’ di anni comincia ad essere molto diffusa e conosciuta (si pensi a quanti laureati uscenti anche soltanto dall’Università patavina, la più longeva e illustre nel settore, e a quante specializzazioni sono fiorite in campo psicologico). Le nuove generazioni potrebbero perciò essere più vicine al concetto di questa materia come aiuto possibile – a mio avviso essenziale – in vari momenti di vita, non per forza patologici, ma addirittura potenzialmente orientati alla prevenzione.
Ho anche avuto esperienza diretta di persone che ritengono che parlare con uno psicologo sia uguale a parlare in famiglia:

“Che cosa ci vai a fare da lui/lei, perché non parli con me? è la stessa cosa!”

… quando, invece, già i presupposti fondanti la relazione sono profondamente diversi e con loro anche il bagaglio formativo e la forma mentis.

Parlare con un familiare o un amico è “sfogo”, “condivisione”, “vicinanza emotiva”; parlare con un professionista psicologo è anche “sostegno”, con uno psicoterapeuta è anche “terapia” (lo psicoterapeuta, infatti, ha una preparazione diversa, più ampia e completa, più profonda e capace di sfumature).

La condivisione, l’empatia, la vicinanza emotiva, il dialogo tra anime sono elementi che entrano a far parte della relazione terapeutica, ma in più, come si evince dal termine, c’è anche l’aspetto di cura della persona. Aver cura significa accogliere l’altro in tutta la sua essenza e cercare, insieme, di far emergere ciò che dà significato alla sofferenza, ciò che riappacifica l’anima, ciò che aiuta a stare meglio.
La visione globale e la capacità di analisi, unite alla compassione (dal latino cum-patior: soffro insieme), sono la chiave di volta per un lavoro interiore che non si esaurisca nel tempo della seduta, ma che possa proseguire nella vita quotidiana e contribuisca a riassettare l’equilibrio psichico. In questo modo, oltretutto, si riceve in due.
Dallo psicoterapeuta ci si può andare non solo per un’emergenza emotiva o per una situazione problematica, ma anche per trovare risposta al desiderio di conoscenza interiore: per capire come mai si è fatti come si è fatti, per mettere a frutto i talenti della propria personalità, per avere meglio a che fare con i propri limiti, per riuscire ad offrire il meglio di sé nei propri ruoli (genitoriale, lavorativo, coniugale…), per raggiungere una consapevolezza duratura e in grado di cambiare il modo di stare nella vita.

Davvero è così: affinando lo sguardo verso se stessi, si modula anche quello verso gli altri.

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