Ascoltare: fatica meravigliosa!

Conoscenza di sè

Ascoltare: fatica meravigliosa!

Ascoltare: fatica meravigliosa!

Ecco un articolo che ho scritto per il portale “Bresciabimbi” sull’ASCOLTO: il suo valore, le diverse fasi in cui si esprime nella vita di tutti noi, le potenzialità e i significati che possiamo ritrovare per la nostra crescita. Fatica a volte, ma grande meraviglia.

Per leggerlo: http://www.bresciabimbi.it/il-coraggio-la-fatica-la-meraviglia-di-ascoltare/

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Conoscenza di sè

PsicoAtelier: potenziale di un gruppo al femminile

PsicoAtelier: potenziale di un gruppo al femminile

La potenza della femminilità è insita in ogni donna, ma, a volte, non sempre a portata di mano. Mente e corpo non sempre si trovano in sintonia, anzi, in certi momenti di vita sembra quasi si facciano lo sgambetto… In ogni modo, dentro di noi c’è un potenziale unico che ha il diritto di essere scoperto e manifestato, per far star bene noi e anche far godere della nostra compagnia chi ci sta intorno. E’ questo a cui siamo chiamati.
E le donne hanno secondo me un dono in più: la possibilità di tramandare questi insegnamenti in linea materna, facendo sì che le proprie conquiste personali diventino intergenerazionali, patrimonio della femminilità discendente (e non solo).

Coinvolgere corpo e mente – che, insieme, contribuiscono a formare la propria immagine interiore – si rivela la risposta più adeguata per prendere consapevolezza e avere cura di sè: accarezzando la propria interiorità, anche il lato esteriore ne guadagna, così come avendo cura del proprio aspetto estetico anche l’autostima si rinforza. E coinvolgerli in un gruppo di donne ha una risonanza forte, potente, antica, che a volte ci dimentichiamo: l’alleanza femminile, la riscoperta della nostra essenza in comune, le potenzialità che hanno permesso alla nostra specie di andare avanti nei secoli, di costituire un’umanità in cui la donna è costituzionalmente portatrice di vita e di trasformazione.

Ogni donna ha in sè le potenzialità di una Dea.
Il progetto PsicoAtelier, creato e condotto da Consulente di immagine e Psicoterapeuta, si ispira a questa circolarità positiva, benefica e rinforzante: a fianco dell’esperienza individuale, sempre disponibile, ecco la nuova proposta di una serie di 6 incontri di gruppo dedicati alle donne che desiderano trovare il meglio di sé, guardandosi da una prospettiva completa.
La nostra immagine lancia messaggi all’esterno, e la nostra interiorità può essere protetta o esposta attraverso la manifestazione della nostra immagine: essere consapevoli di questo può permettere a ciascuno di noi di avere guida e padronanza del proprio timone, esprimendo al meglio ciò che si sceglie di essere.
Il percorso di PsicoAtelier affronta tematiche pratiche ed esperienziali, declinate nel mondo femminile: per esempio, tramite la scoperta della propria forma e del proprio colore, si accede a ciò che dona e a ciò che invece è meglio evitare; dal punto di vista interiore, altresì, permettersi di riconoscere e valorizzare le nostre esperienze può aiutare ad accettare o allontanare ciò che ci serve per raggiungere uno sguardo più fiero e sicuro sul futuro. In modo che ognuna trovi il suo grado di benessere e stabilità, attraverso la conferma del proprio stile o tramite un atto di trasformazione.

Un investimento su di sé è un atto di fede (ben riposta!) verso se stessi e verso chi ci accompagna, ed è di gran lunga uno dei migliori investimenti che si possano fare nella vita; tra l’altro, giacché nei nostri gesti si può tramandare, ha una potenza immortale… ne vale la pena, no?

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Conoscenza di sè

Autostima: autocelebrazione? autocommiserazione? PsicoAtelier!

Autostima: autocelebrazione? autocommiserazione? PsicoAtelier!

Dentro la parola autostima ci sono tanti significati.

Il primo, il più comune, quello che si trova su Wikipedia, è:
“L’autostima è il processo soggettivo e duraturo che porta il soggetto a valutare e apprezzare se stesso tramite l’autoapprovazione del proprio valore personale fondato su autopercezioni. La parola autostima deriva appunto dal termine “stima”, ossia la valutazione e l’apprezzamento di se stessi e degli altri.”
Qui già si capisce come l’autostima sia in sostanza una questione personale verso se stessi, “a tu per tu”, ognuno dentro di sé… ma come sia anche mescolata a “come ci vedono gli altri”: che ricetta esplosiva! Soggetta a continue mutazioni, a fattori culturali, cronologici (come età della persona e come epoca storica), relazionali, caratteriali, cognitivi, emotivi… l’autostima è un fuoco vivo.

Credo sia molto complicato riuscire a collocarsi in un punto equilibrato nella scala che va dal culto di sé all’appiattimento/svilimento delle proprie caratteristiche; alcuni incontri, hobby o attività possono favorire la camminata in un senso o nell’altro. Incontri che ci cerchiamo, incontri che ci capitano, incontri in cui inciampiamo.
E’ buona cosa costruirsi una propria postura, un proprio atteggiamento verso di sé e verso il mondo, consapevole e stabile, che tenga conto anche delle possibili influenze esterne.

Quanto la mia interiorità mi fa da guida o da riferimento, tenendo conto del mio contesto?
Quanto la mia esteriorità (mi) condiziona, blocca, frena, spinge, permette, desidera?
A volte la risposta può essere un lavoro su di sé, per allineare il dentro e il fuori, per riconoscersi come unici e validi già solo per il fatto di esistere e di essere “irripetibili”, per concedersi la chance di approfondire alcuni lati di sé che magari da spigolosi possono diventare capaci di trasformazione.

PsicoAtelier è un progetto che nasce dal desiderio di accogliere il legame profondo tra interiorità ed esteriorità, per mettere insieme la “cura di sé” con l’ ”amore sano verso di sé”.
Questo permette di valorizzarsi senza esagerazione o ostentazione – atteggiamento che anche all’esterno è letto come positiva centratura; consente di riconoscere punti di forza e punti di debolezza e di sfruttarli a proprio vantaggio; fa scendere un pochino nel nostro “dentro”, dandogli un’occhiata, arrivando a sentire di poter essere già soddisfatti… o magari di desiderare qualcosa di più.

Permette di non scivolare verso atteggiamenti vittimistici e allontananti, ma di osservarsi con spirito critico e costruttivo.
Permette di costruire insieme, confrontandosi con più punti di vista: il progetto infatti è stato steso e viene condotto a quattro mani e la collaborazione con Patrizia (consulente d’immagine e stilista) apre a nuove visuali, completando il focus su Persona e Anima.

Dedicarsi del tempo è un buon modo di investire su di sé: guardarsi, analizzarsi, riflettere, migliorarsi, ma anche ridere, divertirsi, fare qualcosa che ci faccia stare bene… tutto è importante e necessario per dare da bere alle nostre parti interiori più belle, farle germogliare e dare frutto, per aprirci agli altri.

Ciò che siamo dipende da ciò che vediamo (dentro) di noi.
La luminosità con cui splendiamo è legata al nostro atteggiamento e a ciò che attraversiamo… ogni tanto può far bene un’aggiustatina all’intensità della nostra luce 🙂

Ecco una presentazione del progetto, scritto e condotto a quattro mani con Patrizia Rebecchi stilista e consulente d’immagine.
https://www.facebook.com/events/1748934125346367/
Per chi desiderasse più info o volesse partecipare è sufficiente commentare o contattare la pagina 🙂

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Conoscenza di sè

Fatica di ascoltare, necessità di cambiare ;)

Fatica di ascoltare, necessità di cambiare ;)

Fatica.
Fatica di ascoltarsi.
Fatica di ascoltare gli altri. Di mettersi nei panni degli altri. Di vedersi dal di fuori, con gli occhi di chi ti guarda a partire dal suo mondo.
Noi siamo le persone più familiari a noi stessi, tanto che a volte non ci si accorge di non riuscire ad andare al di là di noi.

Inconsapevolmente altezzoso come atteggiamento, no?
In questi giorni mi chiedo come si faccia a fare il mio lavoro senza mescolare le carte nella propria vita, senza contaminare la propria famiglia con ciò che si è, ciò in cui si crede, ciò che ci guida… concludo che secondo me non si può…

Ognuno si porta dentro incomprensioni, sviste, differenze, impressioni, pensieri che si alleggeriscono o si radicano a seconda delle esperienze con l’altro. Questo avviene anche in famiglia, e spesso è un problema riconoscere ciò che avviene (forse bisogna vivere e basta, ma io non ci riesco bene).
Non va bene appesantire con mille osservazioni o riflessioni, ma allo stesso tempo è buono il desiderio di offrire la migliore vita possibile a sé e a chi ci sta intorno.
Servono alcune cose: fiducia, testa bassa, conoscenza, sapienza interiore, consapevolezza, amore. Su tutte ci si può lavorare, di tutte se ne può aver cura, e non si deve mai smettere di farlo!
A volte c’è da imparare a coltivare la profondità, altre volte la leggerezza. Sono entrambe importanti, da sentire dentro e da dare fuori: sono due pesi che ci permettono di oscillare, e il movimento è ciò che fa andare avanti. A volte ci si riesce da soli, a volte si ha bisogno di una mano. Gli altri stanno lì anche per quello: per aiutarci a calibrare la misura, per darci uno spunto, per rimandarci qualcosa di bello ma anche qualcosa di più difficile da digerire.
Le critiche, che cosa ostica a volte!

Invece di spendere la nostra vita a correre verso i nostri sogni, siamo spesso in fuga dalla paura di fallire o dalla paura delle critiche.
(Eric Wright)

La critica è una cosa molto comoda: si attacca con una parola, occorrono delle pagine per difendersi.
(Voltaire)

Acquistiamo il diritto di criticare severamente una persona solo quando siamo riusciti a convincerla del nostro affetto e della lealtà del nostro giudizio, e quando siamo sicuri di non rimanere assolutamente irritati se il nostro giudizio non viene accettato o rispettato. In altre parole, per poter criticare, si dovrebbe avere un’amorevole capacità, una chiara intuizione e un’assoluta tolleranza.
(Mahatma Gandhi)

 

Che effetto ci fa ciò che sentiamo di noi dagli altri?

Ne facciamo tesoro? ci riflettiamo su?

Quello che vive l’altro di noi ci aiuta a “correggere il tiro”?

Quanto siamo disposti a tollerare nell’altro, e quanto siamo disposti a rinunciare di noi stessi per la relazione con l’altro?

 

Riflessioni sempre possibili e sempre importanti, per ognuno di noi 🙂

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Gli strascichi della mente

Gli strascichi della mente

Una tazza di tè

Nan-in, un maestro giapponese dell’era Meiji (1868-1912), ricevette la visita di un professore universitario che era andato da lui per interrogarlo sullo zen.
Nan-in servì il tè. Colmò la tazza del suo ospite, e poi continuò a versare.
Il professore guardò traboccare il tè, poi non riuscì più a contenersi. “È ricolma. Non ce n’entra più!”.
“Come questa tazza,” disse Nan-in “tu sei ricolmo delle tue opinioni e congetture. Come posso spiegarti lo Zen, se prima non vuoti la tua tazza?”.

 

La strada fangosa

Una volta Tanzan ed Ekido camminavano insieme per una strada fangosa. Pioveva ancora a dirotto.
Dopo una curva, incontrarono una bella ragazza, in chimono e sciarpa di seta, che non poteva attraversare la strada.
“Vieni, ragazza” disse subito Tanzan. Poi la prese in braccio e la portò oltre le pozzanghere.
Ekido non disse nulla finchè quella sera non ebbero raggiunto un tempio dove passare la notte. Allora non poté più trattenersi. “Noi monaci non avviciniamo le donne” disse a Tanzan “e meno che meno quelle giovani e carine. È pericoloso. Perché l’hai fatto”.
“Io quella ragazza l’ho lasciata laggiù” disse Tanzan. “Tu la stai ancora portando con te?”.

 

Queste due storie, così evocative, ci insegnano come sia automatico partire dalle proprie concezioni nell’incontro con il mondo e come sia difficile accorgersi degli strascichi che ci portiamo appresso. Spesso un pensiero ricorrente è come uno strascico, è attaccato a noi senza che ce ne rendiamo conto, cammina con noi, ci logora pian piano. Più tentiamo di farlo andare via, più resta lì, saldo e resistente.
Che cosa fare con i pensieri logoranti?

Lasciarseli alle spalle, cercando di distrarsi, non sempre è possibile. Non sempre funziona.
Allora forse è il caso di ascoltarli, guardarli, sentire che suono hanno, che eco hanno, da dove vengono… Guardare dentro di sé e leggere ciò che quei pensieri hanno sedimentato, o scovare ciò da cui attingono per avere quell’energia autonoma che gli permette di seguirci. Se non si riesce da soli, ci si può far aiutare; anche questo è un compito dello psicoterapeuta.
A volte questi pensieri possono essere affrontati, o seguiti: si può provare a sperimentarli, a viverli, per vedere che effetto ci fanno.
A volte in questo modo si scopre che accade qualcosa per cui si sgonfiano da soli, o viene fuori che portano con sé sfaccettature che – una volta sperimentate e svelate – possono cambiare il significato di tutto il pensiero.
Ove possibile, provare per credere…

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Le relazioni che fanno male

Le relazioni che fanno male

Come mai, quando ci si è dentro, si dipende così tanto dalle relazioni che fanno male? perché a volte ci si mette parecchio tempo a capire che una relazione non è buona per sé? come mai si accomoda l’altra persona in un’immagine che non corrisponde a ciò che è realmente? perché non si è capaci di dire basta quando si capisce che ci si sta facendo del male?

Queste domande si riferiscono a diversi gradi di consapevolezza e di capacità di guardarsi dentro. Mentre la nostra testa è concentrata su qualcosa d’altro rispetto a noi, o è coinvolta in un periodo di riflessioni particolarmente impegnative, è difficile non essere distolti da se stessi. Quando si è innamorati ci si dimentica anche di mangiare…
Diciamo che quando si percepisce un interesse verso un’altra persona, ci sono diversi gradi di coinvolgimento. Tutto parte dalla ricerca di qualcosa: qualcosa che crediamo non ci appartenga, o qualcosa che in realtà appartiene alla controparte di noi (l’Anima per gli uomini, la parte femminile, ciò che l’uomo ha interiorizzato della donna e ricerca nell’ideale di donna, e l’Animus per le donne, la parte maschile, ciò che hanno ereditato e costruito come immagine maschile e che ricercano nell’uomo in relazione), o alla nostra parte più in Ombra (la parte di noi che non riconosciamo come nostra, che ci dà fastidio o che vogliamo tenere nascosta, o quella che quando emerge ci crea scompensi o reazioni indesiderate).

Sapere a che punto si è, nella propria evoluzione psichica, rende più capaci di discernere ciò che avviene a livello relazionale. Gli incontri che facciamo hanno diverso grado di coinvolgimento, perché toccano alcune parti di noi che possono essere più o meno in equilibrio, più o meno fragili, più o meno strutturate. Richiamano echi interiori. Fanno vibrare corde diverse. E allo stesso tempo arrivano in momenti sensibili, o piuttosto in altri più assestati.
Proprio per questo ci sono alcuni incontri più “sconvolgenti” di altri, per la particolare alchimia delle variabili che intervengono… oltre alla grande, sempreverde ricerca di Qualcosa. Qualcosa che dia un senso alla nostra vita.

Nelle relazioni sbagliate si può sviluppare una sorta di dipendenza da questa tossicità, una tossicità che può suonare come libertà ma che è in realtà un antidoto a se stessi.

Alcune scelte infatti frenano, impantanano, fermano la ricerca del proprio Sè. Spesso sono allettanti, perché hanno un sapore invitante, un po’ proibito, sanno di emancipazione controcorrente… ma in realtà emancipano solo le parti di noi che ci tengono fermi. Quando invece noi siamo esseri in crescita, con un potenziale che è un peccato sciupare o non riconoscere.

Tanto dipende da che cosa si cerca, e qui si torna alla particolare composizione psichica che ci contraddistingue: come mai capita che una persona ci colpisca per qualcosa che qualcun altro vedrebbe come insignificante? come mai sviluppiamo un attaccamento sregolato, in attesa fissa di un sms, di un messaggio what’sapp, di una mail? perché il nostro tempo cambia così tanto prospettiva? Forse perché non siamo centrati su noi stessi. In realtà questi incontri così significativi attivano parti di noi, che non ci sono familiari o che non vediamo. Forse perché non siamo ancora autentici nella nostra postura, con occhialini che ci fanno vedere la realtà del colore che ci serve o che corrisponde al meccanismo psichico in atto in noi in quel momento… così facendo alimentiamo delle aspettative e delle credenze irreali, che si basano unicamente sulle nostre proiezioni sull’esterno (ciò che appiccichiamo agli altri e che da loro ci aspettiamo, ma che in realtà fa capo alle nostre caratteristiche interiori).

Attraverso le proiezioni noi ci difendiamo.
Ognuno si chieda da chi

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Essere genitori

Nei primi tre anni c’è tutto

Nei primi tre anni c’è tutto

Nei primi tre anni di vita si articola una complessità psicologica davvero sorprendente, in grado di insediarsi all’interno del bambino in maniera permanente.
Il neonato arriva al mondo non come una tabula rasa, come si pensava in precedenza, ma con un bagaglio emotivo già presente e strutturato durante i mesi della gravidanza, grazie all’atteggiamento emotivo e allo stile di comunicazione della madre, unitamente alle sue esperienze familiari – e probabilmente anche nel periodo pre-concepimento, in cui entrambi i genitori hanno pensato al loro bambino desiderato, contribuendo all’atmosfera familiare in cui il bambino si troverà a nascere.
Le relazioni primarie, quelle con le figure di riferimento familiari (quindi mamma e papà) sono la porta preferenziale per la formazione di atteggiamenti e costrutti che accompagneranno il bambino per tutta la sua vita. Capite la portata della responsabilità e del grado di azione in possesso ad ogni genitore?
Le cure materne sono il primo canale in cui vengono veicolate le strutture cognitive ed emotive che, tassello dopo tassello, contribuiranno alla formazione dell’identità del bambino e alla sua autopercezione, insieme al temperamento (dote innata) all’influenza delle altre esperienze (dote ambientale).

Il modo in cui la mamma si rapporta al suo bambino, da un punto di vista psichico, è fondante la relazione del bambino con se stesso.
Le competenze genitoriali sono intergenerazionali, cioè vengono tramandate di generazione in generazione. Quanto più un genitore lavora su di sé e affina la propria consapevolezza e sapienza emotiva, tanto più questo vantaggio passerà alle generazioni future; per questo è molto importante lavorare sulle competenze genitoriali.
Nei primi tre anni c’è il contatto fisico: accudire un neonato, accarezzarlo, toccarlo, abbracciarlo, stringerlo, fargli sentire i suoi confini corporei, aiutarlo a “sentirsi” tramite tocchi e sfioramenti… queste azioni passano significati emotivi molto potenti. Ci sono e ci sei, ti sento, ti aiuto a sentirti, ti trasmetto con le mie mani il mio amore o il mio risentimento, ti apro la porta al mio mondo interno e contemporaneamente ti metto in contatto con il tuo, a partire dal corpo.
Nei primi tre anni c’è la funzione filtro: la mamma è la finestra, è il canale entro cui passa il mondo che arriva al bambino, un mondo filtrato dalle capacità della madre di sintonizzarsi sulla frequenza del suo bambino e di comunicargli contenuti da lui assimilabili. La reverie materna è quella funzione grazie alla quale una mamma si accorge del momento che sta vivendo il figlio e glielo traduce, offrendogli un significato, una spiegazione o una sintonizzazione emotiva su ciò che sta accadendo. Anche qui, la sensibilità e l’abilità della madre fanno la differenza e hanno influenza diretta su come il bimbo costruisce le proprie competenze.
Nei primi tre anni ci sono emozioni: due genitori in grado di comunicare a livello emotivo – anche tra di loro -, capaci di riconoscere gli stati d’animo e di leggerci attraverso, sapienti al punto da distinguere ciò che appartiene a loro stessi e alle loro storie personali da ciò che proviene dal bambino… contribuiranno a gettare buone basi per una solida competenza emotiva, ponte verso l’esplorazione del mondo da parte del bambino.

Nei primi tre anni c’è il bagaglio psichico che ognuno di noi si porta nel mondo: arrivati a questa età, i bambini sentono l’esigenza – prima di tutto squisitamente fisica, con il muovere i primi passi – di allontanarsi da ciò che è conosciuto e familiare per andare ad abbracciare e incontrare ciò che è nuovo, da scoprire. L’atteggiamento con cui ogni bimbo esplora è figlio di ciò che ha ricevuto e sperimentato nei primi anni di vita, in accordo o in compensazione al suo temperamento.

Qui sta la lungimiranza del genitore: saper lavorare su di sè per aiutare il proprio figlio, permettendogli di essere il più libero e il più competente possibile, offrendogli una buona base di appoggio e un buon modello attraverso il proprio esempio.

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Rilassamento e ipnosi

Il potere dei simboli

Il potere dei simboli

Ci sono due ragioni principali per utilizzare i simboli.

Anzitutto, essi possono causare una profonda trasformazione nella psiche: possono sciogliere i condizionamenti del passato e creare nuovi sbocchi all’energia psichica.

In secondo luogo, i simboli hanno una funzione conoscitiva. Come diceva Jung, essi indicano “qualcosa di poco conosciuto o di completamente sconosciuto”. I simboli insomma ci mettono in contatto con parti di noi stessi completamente inaccessibili alla mente analitica, e ci portano così a capire vedendo anziché pensando: impariamo a capire in maniera diretta, saltando lo stadio intermedio del pensiero razionale, che è spesso più di ostacolo che di aiuto alla vera comprensione.

Possiamo intuire il significato di un’immagine simbolica concentrandoci su di essa, e nel contempo rendendoci ricettivi alla sua qualità e alla sua atmosfera psichica. Questo ci porta talora ad un’identificazione con l’immagine, e allora possiamo capirne la natura ancora meglio.

L’intuizione è la comprensione di una realtà psichica che di per sé non ha forma, e che viene appunto rappresentata concretamente da un simbolo.

Il simbolo è una forma di carattere universalizzato, esemplare, che può quindi rappresentare realtà intangibili alla nostra mente sempre abituata ad aggrapparsi a qualcosa.

Naturalmente le cose non funzionano per tutti allo stesso modo: per esempio, per certe persone il diamante è il simbolo del Sè, di un mondo di visioni universali, di armonia e di unità; per altre esso può semplicemente simboleggiare prestigio e ricchezza; per altre ancora può non simboleggiare proprio nulla, ed essere semplicemente un diamante. Ogni simbolo tuttavia può essere una vera miniera di rivelazioni.

Una ragione dell’efficacia delle immagini simboliche è che servono a strutturare e dirigere certe energie inconsce. Parte del nostro inconscio è frammentato, disperso e senza scopo; può essere paragonato ad un gruppo di bambini che hanno una grande vitalità ma non sanno a che gioco giocare. Se questa energia liberamente galleggiante non è incanalata in qualche modo, finisce per generare un vago senso di insoddisfazione e irrequietezza; magari si sente parecchia stimolazione nervosa ma si finisce col non fare nulla; oppure ci sono alti e bassi emotivi, o dispersione, o ancora mancanza di significato, se non addirittura improvvise esplosioni di rabbia.

L’inconscio, e soprattutto questa sua parte disorganizzata e caotica, deve essere regolato, allenato; ha bisogno che gli si comunichino un ritmo e una direzione precisa. I simboli possono essere di grande aiuto in questa impresa, perchè concentrano senza reprimerla la nostra energia psichica liberamente fluttuante.

L’ipnosi è uno strumento estremamente efficace in questo processo, perchè induce uno stato psicofisico altamente ricettivo nel quale il potere evocativo e trasformativo dei simboli raggiunge il massimo potenziale.

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