Il valore del tempo

Conoscenza di sè

Il valore del tempo

Il valore del tempo

Il tempo ha sempre un valore, e ha sempre un costo.

Ragioniamo su quanto tempo abbiamo e su come possiamo utilizzarlo al meglio.

 

Quante volte questo si traduce solo in “ottimizzare i tempi” e correre nella frenesia della vita quotidiana, del lavoro, degli appuntamenti incastrati ormai diventati abitudini?

Quante volte pensiamo che non abbia valore e rinunciamo alle opportunità di “sosta”?

Quante volte lo sprechiamo e non coltiviamo la nostra interiorità?

Quante volte posticipiamo gli affetti, dandoli per scontati e pensando che possano aspettare?

 

Attenzione, perchè in questo modo non stiamo vivendo.

Non ci stiamo occupando davvero delle cose più importanti della nostra vita.

Ci stiamo lasciando vivere dalle cose.

Stiamo rischiando che ciò che vale, ciò che ci costituisce, ciò che ci contraddistingue come individui si sgretoli e scivoli via come sabbia asciutta dalle nostre mani.

Noi non siamo solo lavoro, incombenze, scadenze, budget, consegne di materiale, incastri di orari.

Siamo soprattutto affettività, emozioni, sensazioni, crescita, evoluzione, compagnia, relazione, esempio, condivisione, cura, amore, sguardo verso se stessi e verso l’altro.

Il tempo è sempre nelle nostre mani.

Seneca diceva che il tempo è nostro nella misura in cui viviamo il tempo presente, dato che passato e presente non ci appartengono. Ma, nelle sue riflessioni, aggiungeva anche che saggio è tenere insieme tutti i diversi momenti, cosicché essi acquistino una continuità e una coerenza significativa: il passato e il futuro possono così essere riscattati nel presente. Il presente diventa in pratica il luogo di accumulazione del ricordo e dell’anticipazione; dà la possibilità di capire il passato e di dare direzione al futuro.

Il tempo va considerato come occasione per riscattare l’umanità di ognuno di noi: così va vissuto, affinchè sia pieno e fertile. Chiediamoci che “costo” ha il nostro tempo in termini di priorità, rinunce, gerarchie di valori… per aiutarci a tenere sempre ben presenti le cose a cui teniamo.

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Essere genitori

Sul portare i bimbi…

Sul portare i bimbi…

Portare addosso è istintivo.
Portiamo a contatto con noi le cose più preziose, per non farle scappare, per non dimenticarle, per tenerle vicino.
Con un figlio c’è anche qualcosa di più: oltre a tenerlo vicino a noi, stiamo noi vicino a lui.
Portare i bimbi significa dare valore e continuità a quel legame che è cominciato nella pancia e prosegue fuori, in maniera totalmente diversa e nuova. Portare i bimbi significa ascoltare la nostra voce interiore di madre, che ci fa sentire la nostalgia dell’averli dentro; significa trovare un modo nuovo per mantenere e soddisfare quell’esigenza di avere il nostro bambino con noi, non più “in” noi, ma comunque “su” di noi. Significa però anche offrirsi a lui, come rifugio, come calore, come contenimento, come scudo: il bisogno di una costante è necessario per affrontare i cambiamenti e quella costante è prima di tutto la madre, culla vivente di quel neonato. Dall’intimità del dentro, si passa all’intimità del fuori.
Portare offre la possibilità anche al papà di avvicinarsi al suo bambino, di conoscerlo e di farsi conoscere in un modo tenero, delicato, ma allo stesso tempo potente e istintivo.
Il papà può costruire l’intimità del fuori, pur non avendo sperimentato l’intimità del dentro, tramite una fisicità che la richiama e che permette di capire tante cose.
Portare è un modo meravigliosamente completo perché offre la possibilità di sperimentare nello stesso tempo sensazioni ed emozioni: sia chi porta, sia chi è portato, sente allo stesso tempo con il corpo e con il cuore, e in questo modo si struttura la mente. Portando, si lascia spazio ad una comunicazione inconscia preziosissima che arricchisce e nutre l’anima.
Quale occasione migliore quindi per un papà di avvicinarsi al suo bambino? di sperimentare quell’accoglienza-dono che la mamma ha saputo offrire e che ha ricevuto per nove mesi? di sentirsi parte integrante di quel bambino, parte costituente del nuovo nucleo familiare che si è costituito?
Tanto all’inizio è fondamentale lasciare spazio alla simbiosi, essenza del legame mamma-bambino, tanto è importante pian piano includere il papà e dargli modo di trovare la sua dimensione, permettendogli di trasformare il legame emotivo familiare in triade: portare, allora, può diventare un modo per facilitare questa transizione e questa condivisione in un clima di accoglienza, ascolto, amore con il proprio bambino e in coppia.

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Conoscenza di sè

Check-up interiore!

Check-up interiore!

Che difficile a volte vivere…

Quando ti senti in bilico, quando ti svegli con l’umore giù, quando non sai che direzione dare alla tua vita e devi fare una scelta… che cosa fare per stare meglio? che cosa fare per scegliere il da farsi?

La prima cosa è guardare alle cose belle che abbiamo: affetti, traguardi, soddisfazioni, capacità, doti (e se uno non vedesse niente di tutto questo, è ora di lavorare sull’autostima!). Questo intanto aiuta a ridimensionare ciò che stiamo vivendo e a compararlo con ciò che abbiamo di più importante e significativo.

La seconda cosa è capire perchè stiamo percorrendo o vogliamo percorrere la strada che abbiamo in mente, cioè la nostra motivazione, la nostra esperienza personale, il nostro vissuto.

Che cosa ci spinge verso quella cosa? che cosa ci fa alzare la mattina e ci dà la carica per affrotare la giornata? che cosa valutiamo di essere in grado di fare meglio di qualunque altra cosa e rispetto alle altre persone?

La terza cosa: sentire su chi possiamo contare e capire se possiamo chiedere aiuto (concreto, morale… tutto può servire!).

Questo check-up andrebbe fatto regolarmente – quando ne sentiamo il bisogno – e ci permette di fotografare la nostra situazione, di stabilirne i punti forti e quelli deboli… e magari di farci sorprendere dall’apporto di qualcuno che ci sta vicino. Ognuno, se vuole, ha sempre un’altra chance con se stesso!!!

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Conoscenza di sè

Si può davvero cambiare?

Si può davvero cambiare?

Comincio questo articolo con una constatazione personale: caspita che dispiacere perdere, per un’incoscienza informatica, un articolo scritto di getto e con orgoglio del risultato! Accidenti.

L’articolo in questione parlava di allattamento in un’ottica psicologica; quando mi tornerà l’estro, lo riscriverò.

Però sono contenta della mia reazione: tempo fa mi sarei crogiolata nel vittimismo e nell’autoflagellazione, adesso invece no.

Certo, mi dispiace un sacco comunque, ma metto la deludente esperienza al computer nel bagaglio delle conoscenze… riferite al detto: prima ci sbatto il naso e poi imparo.

Alla faccia della mia – solitamente decantata – lungimiranza!

 

Eh eh… nella vita secondo me non si smette mai di imparare e il bello è che imparare è sinonimo di trasformarsi. Da cui: si può sempre cambiare. Chi è d’accordo e chi no?

 

Tante volte sento le persone chiedersi, soprattutto nella vita di coppia:

“Ma lui/lei cambierà mai?”

“Capirà che questo atteggiamento non va bene? Arriverà il giorno che cambierà?”

Fino alla fatidica domanda:

“Si può davvero cambiare?”

 

Secondo me si. E anche secondo le più recenti ricerche: la psicoterapia modella le associazioni tra le cellule neuronali. Quindi vuol dire che il cervello si trasforma!!

Ergo: noi possiamo cambiare.

Però ci vogliono alcune condizioni (alcune delle quali possono anche nascere man mano…): scelta, motivazione, costanza, impegno, capacità di affidarsi e fidarsi di sé e di chi accompagna, che deve essere preparato e costantemente aggiornato.

 

Secondo me c’è ancora tanta diffidenza, soggezione, paura, svalutazione del lavoro psicologico, ma al contempo ce n’è così tanto bisogno per stare bene… lo psicoterapeuta non è “quello che cura i matti”, ma colui che aiuta le persone (soprattutto quelle “normali”!) a conoscersi a fondo, a superare un problema scoprendo le proprie risorse, per valutarle, esprimerle e potenziarle… a capire che cosa blocca o fa male in una determinata situazione, che magari pare non aver nessun legame col proprio passato e invece, dentro di sé, suscita un’eco vecchia e lontana, ma ancora viva e bisognosa di ascolto…

Aver cura della propria anima fa sì che di conseguenza si abbia cura di quella del prossimo… e che cosa c’è di meglio in una società?

Il mio è un lavoro bellissimo, che merita di essere conosciuto!

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Conoscenza di sè

Una delle prime responsabilità di un genitore è….

Una delle prime responsabilità di un genitore è….

Fare un figlio è una responsabilità.

Quante volte abbiamo sentito questa frase!

 

Forse la prima cosa che viene in mente è ciò che dice la legge: i genitori rispondono delle azioni dei figli, sia in termini di vigilanza sia in termini di educazione.

E invece i figli che rapporto devono avere con le azioni dei genitori? E’ giusto che i figli “rispondano” di tutto il bagaglio precedentemente vissuto dai loro genitori?

 

Proviamo a riempire la parola “responsabilità” di significato emotivo: essere genitori responsabili riguarda il profondo di noi stessi, già nel pensiero di avere un figlio, nelle fantasticherie create dalla mente individuale e dalla coppia… quando poi arriva la concretizzazione della gravidanza, riguarda la scelta di come vivere i momenti di attesa e di come prepararsi ad accogliere la propria creatura… come vivere il proprio corpo, come vivere il parto… come ascoltare se stessi, come lasciare spazio agli strascichi dei propri ricordi e rielaborarli… come lasciar spazio al cambiamento di ruolo e come viverlo…

 

Essere genitori stravolge la nostra identità e passa, volenti o nolenti, dal riprendere in mano alcuni grandi passaggi che abbiamo vissuto: il proprio essere bambini, il rapporto con la propria mamma e il proprio papà, il proprio modo di vivere e di considerare l’infanzia, il proprio modo di essere stati allevati ed educati, le scelte dei nostri genitori…

Prima o poi tutto questo viene a galla, ma spesso va a finire che venga affrontato inconsapevolmente, mentre la mente conscia si concentra su tante altre cose “imminenti” che hanno a che fare con l’organizzazione della realtà contingente ed esterna, vissuta come fondamentali… quando fondamentale invece è la realtà interna, lo spazio dentro ognuno di noi che va coltivato e curato con attenzione; se non ci si fa caso, infatti, altrettanto inconsapevolmente solitamente ci si porta dietro tutto ciò che ha condizionato noi, nel bene e nel male, tutti i nodi rimasti dentro di noi e che hanno contribuito alle nostre difficoltà personali.

 

Fare la pace invece con le nostre tappe di sviluppo e con i nostri genitori (quelli in carne e ossa e quelli interiorizzati!) e aver cura del nostro giardino interiore, prima o durante la nostra genitorialità, ci permette di accorgerci delle nostre sfumature, curarle e capirle, di sciogliere i nostri nodi e di conseguenza ci permette di essere davvero e autenticamente noi stessi nel rapporto con gli altri – non solo coi figli, ma in tutte le relazioni significative, contribuendo perciò al loro buon funzionamento.

 

In particolar modo, a mio avviso, essere genitori responsabili significa agire su di sé per rompere tutte quelle catene che potrebbero danneggiare o influenzare negativamente l’animo nuovo dei nostri bambini, che hanno il diritto di crescere non appesantiti da ciò da cui il loro papà o la loro mamma, con un po’ di intenzione e di impegno, si possono liberare.

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Sviluppo dei bambini

La rêverie materna

La rêverie materna

Questa parola è magica, perché anche nella forma scritta richiama l’accudimento, con quell’accento – ê – che è una casetta sulla e…

E’ proprio il lavoro delle mamme: accudire i loro piccoli per insegnargli ad essere autonomi. Ed essere autonomi passa dal dipendere.

Solo che al giorno d’oggi dipendere sembra una brutta parola: forse perchè richiama il nostro essere indifesi, il nostro essere fragili, il nostro non essere subito adeguati, il nostro essere nudi di fronte alle grandi cose della vita… ma le parole racchiudono tanto altro oltre alle lettere di cui sono composte: è il nostro codice, il nostro simbolo condiviso, ciò che ci permette di comunicare agli altri quello che abbiamo dentro. E allora vanno usate bene.

Mi ha colpito la domanda che una signora-nonna del mio quartiere, qualche giorno fa mi ha rivolto – con giudizio intimidante e sorpreso, quasi in maniera automatica e assolutamente senza accorgersi di che cosa si celasse in realtà dietro alle sue parole -, vedendo che, seduta su una sedia, stavo dando la merenda al mio bambino tenendolo in braccio a me:

“Perchè in braccio?”

Caspita, mi ha subito infastidito… poi gelato e rattristato.

Perchè io so il perchè della mia scelta, ma lei a priori la giudica errata. Perchè ho intuito come probabilmente la signora ha cresciuto la figlia, che a sua volta ora cresce il nipote.

Perchè dipendere è così sbagliato?

Un bimbo costruisce il suo Sè a partire dall’accoglienza che riceve, dalla capacità materna di interpretare i suoi bisogni e le sue comunicazioni primordiali e di restituirgliele sotto forma di dialogo emotivo, con parole e toni adeguati, che traducano le sue sensazioni caotiche in qualcosa di accettabile e costruttivo del suo io (ecco che cosa è la rêverie materna); un bimbo costruisce il rapporto con se stesso grazie alle esperienze buone che strutturano la sua percezione del mondo… esperienze che numericamente devono superare quelle negative. Se un bambino sperimenta principalmente frustrazione (per esempio nel pianto o nella ricerca di contatto) dentro di lui si costella l’esperienza intima e profonda di non essere degno di attenzione, di essere in grado di creare disagio nella sua mamma, di rovinare l’atmosfera della famiglia; questi vissuti, con la crescita, si possono poi  strutturare in complessi di inferiorità o superiorità, perchè si sa, tante volte nel mondo ci si Maschera da superdotati per coprire le insicurezze… tanto che quasi poi queste insicurezze non si sentono neppure più, e col prezzo per di più di perdere la nostra autenticità, così bella, sincera e istintiva.

Un bambino è un’occasione stupenda di recuperare ciò che siamo nella nostra essenza: però bisogna essere in grado di stupirci e non indignarci, di seguire lui, senza dettare per forza le nostre regole o a priori il modo di fare ereditato… bisogna essere in grado di dare la precedenza a questo esserino così ciecamente e amorevolmente fiducioso e di re-imparare che cosa voglia dire essere puri.

Così possiamo cercare di fare il meglio per la nostra creatura e contemporaneamente il meglio per noi: andare oltre le nostre “strutture”, capire da dove vengono e se sono davvero utili, offrendo un campo più pulito e ristrutturando le nostre modalità. Eh eh, chiaramente questo implica comunicazione, fatica, introspezione e sincerità profonda… pensate ne valga la pena?

Io si! 🙂

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Sviluppo dei bambini

Lo sguardo dei genitori

Lo sguardo dei genitori

L’arrivo di un fratellino o di una sorellina è un momento bellissimo, tenero e di grande gioia per ogni famiglia. Nello stesso tempo, un frugoletto fa il suo ingresso nel mondo e la mamma e il papà provano di nuovo le emozioni più grandi della loro vita. E chi c’è già? i “già figli” come prendono questo arrivo?

 

Uso il verbo “prendere” apposta, proprio perché è meno poetico: per dire “accogliere”, infatti, bisognerebbe possedere già un certo grado di maturità, che permetta di mantenere e far crescere il pensiero prima dell’avvenimento concreto… ma quando i figli sono vicini, questa maturità da parte del primo figlio spesso non c’è e quindi il più grande si trova a “prendere” l’arrivo del fratello come una cosa che arriva tutta d’un colpo, nonostante i mesi di preannunciata attesa.

Che cosa succede nella testolina del bambino?

Succede che la mamma, ancora così importante per lui, si deve occupare di un esserino sconosciuto che la reclama, e oltretutto ha con lui un’intesa e un’intimità fisica ancora più intensa di quella che il bambino sperimenta verso se stesso, nella sua fase di vita.

Può capitare che i genitori, per forza di cose, chiedano al bambino di fare il grande, di aspettare e di posticipare il soddisfacimento delle sue richieste, in virtù del soddisfacimento di quelle dell’esserino “usurpatore”. Che difficile e che strano! sembra impossibile non esserne almeno un po’ risentiti, intristiti o arrabbiati.

Eppure, il segreto per aiutare questa fase c’è: pensare che il bambino, che magari si incupisce, si impunta, si ribella, si inzucca o fa di tutto per complicare le cose, in fondo in fondo ha tanta paura di venir “sostituito”, “scalzato”, e che tutto quello che prima era dedicato a lui ora lo sia per l’altro bambino.

Tutto passa dallo sguardo dei genitori: a volte – per una serie di circostanze, tra cui l’organizzazione familiare da ristrutturare, i tempi stretti, le difficoltà quotidiane, il carattere di ognuno, le proprie aspettative messe a confronto con la realtà… – capita che questo sguardo sia più tenero e accogliente verso il nuovo nato e contemporaneamente più severo, giudicante e intimidatorio verso il figlio già esistente.
Come si rispecchia questo bambino?
può essere che si viva, di riflesso, come meno accettato, meno capace, meno voluto?

Ci sono degli “escamotage” per vivere al meglio questa fase e per limitare le difficoltà dei più grandi! Per esempio, il contatto fisico può essere aiutato e facilitato dall’utilizzo di supporti portabebè (ergonomici, mi raccomando! come quelli che si possono trovare in Fascioteca La Libellula), che permettono di tenere il piccolo al sicuro con sé e di avere le mani libere per seguire il grande; la conoscenza delle emozioni può essere raccontata attraverso le favole, aiutando il grande a riconoscersi nei personaggi incontrati e nelle storie ascoltate (come per esempio avviene nel mio percorso delle Psico Fiabe); i tempi possono essere gestiti in modo da poter dedicare qualche attenzione esclusiva anche al “già figlio”, a mio parere segno di delicatezza importante, senza per questo escludere il nuovo nato o settorializzare eccessivamente la famiglia.

Raramente si rischia di essere ridondanti o eccessivi nel ricordare e nel far sentire fisicamente il proprio amore verso un figlio: anche insegnandogli limiti e confini – con tutto ciò che questo può comportare – si può passare l’amore infinito che ci lega e che crescerà sempre, a prescindere dal numero di figli che arrivano.

L’uguaglianza sincera secondo me passa dal riconoscimento della diversità e dell’unicità di ciascuno, a cominciare dai propri figli.

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Essere genitori

Estivill o non Estivill, questo è (ancora) il problema?

Estivill o non Estivill, questo è (ancora) il problema?

Caro Estivill, questa è una lettera aperta, senza pretese o presunzione, da parte di una mamma che però un pochino se ne intende.. certo, da un punto di vista diverso dal tuo, e amante comunque del confronto e della critica.

Vorrei dirti quello che penso.

Per quanto mi riguarda, la mia esperienza di mamma ha dato un senso alla mia esperienza formativa; e così, anche la mia esperienza formativa sento che dà più frutto.
Ora so che essere mamma e psicologa a volte aiuta; a volte semplifica; a volte lascia nel dubbio; e… eheh, sicuramente complica.
Perchè dietro le scelte che riguardano la tua creatura – scelte tue e scelte degli altri, a volte anche le più piccole – ogni tanto tendi a intravedere l’effetto (più o meno probabile) che avranno sull’adulto di domani, su quello che sarà, su quello che contribuirà ad alimentare o a spegnere… e questo a volte lo vivi, con tanto affetto, anche verso i bimbi che incontri.
Sai che parte della passione, delle regole, dello stile educativo continueranno a vivere dentro di loro, anche quando saranno grandi e anche quando, già da un pezzo, avranno intrapreso la loro strada.
Si sceglie ciò che si ritiene migliore per i propri figli; il costo di una scelta, però, a volte non si vede nell’immediato e a volte si insinua in profondità così remote da sembrare inesistenti.

Per i figli si diventa immortali: “pezzettini di mamma” e “pezzettini di papà” risuoneranno sempre in loro.
Che magia (o che condanna), e quanta responsabilità sulle nostre spalle di genitori!!

E in questo senso, Estivill, tu che cosa fai? dici ai genitori di tapparsi le orecchie? Da immagine-simbolo l’hai proprio fatta diventare istruzione: “Mamme, papà: non ascoltate il pianto notturno del bambino, così si abituerà ad addormentarsi da solo; forse sarà dura all’inizio, ma presto vivrete tutti felici e contenti e non dovrete più fare quella fatica.”
Estivill a mamma-psicologa: 1 a 0.

E se invece si potesse dire…
“Mamme, papà: potete ascoltare il pianto del vostro bambino e rispondere, che sia di giorno o di notte, per qualsiasi motivo, e in questo modo aiutate a distinguere i bisogni. Offritevi come conforto, confine e rassicurazione, per aiutarlo a sapere che ci siete; forse sarà dura in certi momenti, ma sarete coerenti nell’insegnargli che ai momenti brutti c’è una fine, o che dopo il pianto si può ritrovare il sorriso (soprattutto se poi ci si addormenta). Dentro di lui rimarranno queste cose, in un posticino segreto… e anche lui o lei, quando sarà papà o mamma, sarà in grado di contenere il dolore di suo figlio e aiutarlo a ritrovarsi nelle braccia di qualcuno che lo ama.”
Mamma-psicologa a Estivill: …che dite?

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Essere genitori

Natale 2015: sentire e vivere il parto

Natale 2015: sentire e vivere il parto

Mentre la mia famiglia si sveglia, in questa mattina speciale mi vien da pensare che 2015 anni fa, in una capanna con un po’ di fieno, una donna metteva al mondo il suo primogenito esclusivamente con l’aiuto di se stessa e probabilmente di suo marito.

Allora era normale partorire così e fare affidamento su se stesse, senza una speciale preparazione; oggi invece il parto spesso si teme.

 

Di fronte ad un evento così delicato e imponente, solitamente nessuno se la sente di prendere posizione e consigliare le future mamme su come viverlo.

La mamma in attesa quindi cerca informazioni, partecipa a incontri o a corsi preparto, si confronta con chi conosce, ascolta più opinioni e poi fa i conti con se stessa… sentendosi forse un po’ sola davanti a qualcosa percepito come sempre più imminente e inevitabile.

 

Qualche tempo fa mi sono imbattuta in un articolo di un blog dal titolo molto in sintonia con la mia visione delle cose (Puro contatto, lo trovate qui) e l’ho letto, con stupore devo dire.

Quello che mi è rimasto è il senso delle cose, il senso del tempo, il senso del travaglio, il senso del passaggio lento e graduale, insomma: il senso del dolore – attenuabile e gestibile, poi vedremo come – provato da una donna mentre partorisce.

 

E sono cose che solo lei prova, solo lei si ricorda, solo in lei si costruiscono in quel momento e in quel modo i primi pezzettini dell’identità di mamma: è anche in questo modo che può partire la sintonia con la propria creatura, la sintonia con se stesse in un altro ruolo, l’autostima e il senso di autoefficacia… la ricerca del proprio centro come mamma oltre che come donna.

 

Partorire è un rito, un rito di passaggio che ha molto valore dal punto di vista psicologico.

Si è perso e si è dimenticato un po’ il valore di questo momento, in virtù di paure (ataviche, e per questo da guardare negli occhi) o progressi e comodità moderne (vissute spesso come alternative aprioristiche e salvifiche, e non come importante e decisivo aiuto in caso di effettiva necessità).

 

Ogni stato d’animo è migliorabile o superabile, e perché non partire al meglio che si può? Vivere un momento decisivo nel migliore dei modi e con la giusta preparazione può far la differenza.

Nel caso del parto e ora più che mai, in questo momento storico in cui tutto è messo in dubbio, è necessaria preparazione del corpo e gradualità nell’accompagnamento del proprio bimbo verso la nascita, dualità tra mamma e bimbo che si aiutano a vicenda a farsi forza e si comunicano con amore già in quei momenti… questa ottica può far la differenza: il legame tra mamma e bambino fin dalla pancia. Non si è più da sole, non si è più le sole registe: si è in due e si vive in due quel momento, in una relazione inscindibile (e per questo da preservare il più possibile da alterazioni che ne compromettono la sintonia).

Ogni mamma può sempre scegliere se affidarsi alle modalità naturali di attenuazione del dolore o se ricorrere comunque all’epidurale. L’importante è che diventi una scelta consapevole: se il punto in cui si trova la nostra personalità lo consente, è catartico darsi la possibilità di vivere il dolore, che può diventare simbolo e ricordo permanente di unità, sacralità, magia, autoefficacia, potenza.

E’ tutto un altro modo di arrivare alla propria consapevolezza, alla scoperta delle proprie potenzialità, ad un rapporto speciale e fatto di momenti condivisi con la propria creatura, per vivere in pienezza uno dei momenti più significativi della propria vita.

Nessuno ambisce a soffrire o a star male senza un fine: a mio avviso la sofferenza del parto ha senso, un senso che a volte si capisce dopo, o si capisce se si vedono le cose da fuori.

In generale la sofferenza può essere vissuta come elemento di spinta verso qualcosa d’altro, un modo di guardare oltre (come suggerisce la psicosintesi).

 

Nella vita ho sperimentato che le cose “sofferte” sono poi quelle che danno più soddisfazione.

Questo non vuol dire che sia sempre necessario soffrire per star bene, e può essere che oggi che è Natale io sia più facilmente “romantica”… ma, anche grazie allo spirito di questi giorni di festa, credo fermamente che gli esseri umani abbiano una forza interiore che li guida ed è compito di ciascuno riconoscerla e alimentarla, mettendola a disposizione.

 

Buon Natale e buona genitorialità a tutti!!

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Conoscenza di sè

Cambiare la situazione attuale: e se cambiassimo mentalità?

Cambiare la situazione attuale: e se cambiassimo mentalità?

Ho da pochi giorni letto un articolo trovato sul web di un’intervista a Piero Angela, noto giornalista e conduttore televisivo di divulgazione scientifica.

Ad un certo punto dell’intervista, intervistatore e intervistato concordano su un punto: oltre ad una cura economica, ci vuole una “cura psicologica” per il nostro Paese. E forse la prima può dipendere dalla seconda…

Inevitabile il chiedermi: ma come è possibile curare la psicologia di un Paese? come si può favorire il cambiamento della mentalità collettiva?

Sono d’accordo con il puntare sullo sviluppo delle risorse necessarie per stimolare la creatività e l’innovazione, vale a dire migliorare la scuola italiana. Quale miglior modo, per cambiare in meglio, che essere lungimiranti, oltre che esperti? Proporre quindi un bagaglio culturale che serva e interessi davvero, in una scuola che attragga gli allievi e li motivi a costruire il futuro: un futuro nel quale l’ingegno sostenga le difficoltà (e possibilmente contribuisca a risolverle). Le proposte sono tante: quella che mi colpisce di più è la possibilità di inserire negli istituti scolastici un sistema meritocratico che permetta agli studenti di incanalarsi in diversi percorsi formativi, diversi anche a livello di impegno e difficoltà, al fine di garantire una buona formazione a tutti ma anche promuovere le eccellenze e permettere loro di brillare.

Favolosa trovata, che mi entusiasma, ma un secondo dopo mi interrogo: come si fa a decidere chi merita? chi si prende la briga di “misurare” il valore delle componenti individuali dell’intelligenza e a dar loro valore? Il semplice voto a volte può uccidere, non alimentare.

Nell’articolo, inoltre, si fa un velocissimo riferimento alla solita diatriba tra scienziati e non scienziati, tra scienza e parascienza, tra normale e paranormale… e le idee considerate “non scientifiche” ne escono decisamente svilite. Ora, capisco che in ottica divulgativa generale sia corretto accentuare la disciplina, la dimostrabilità, la via univoca, soprattutto se si parla di dare una direzione all’Italia. Però io credo che non ci sia solo scienza esatta: oltre al genio esista anche la persona, fatta di umanità, di errore, con spinte di curiosità intellettiva che possono uscire dai binari del rigore… e che spesso così fanno centro. Le menti geniali a volte lavorano meglio se si accompagnano alla “deviazione” dal pensiero ordinario.

In un’ottica del genere – a mio avviso decisamente interessante, ma dai risvolti delicati e segnanti – credo sarebbe il caso di affiancare ad una formazione scolastica prettamente scientifica anche una materna custodia delle giovani menti, che oltre a cervelli sono anime: perchè quindi non inserire a scuola degli spazi in cui i giovani possano esprimersi, trovare se stessi ed essere aiutati a conoscersi più profondamente, dentro di sè?

Forse così si potrebbe cambiare la cultura collettiva. Forse così si potrebbero creare famiglie più consapevoli, capaci di curare.

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