Sviluppo dei bambini

La rêverie materna

La rêverie materna

Questa parola è magica, perché anche nella forma scritta richiama l’accudimento, con quell’accento – ê – che è una casetta sulla e…

E’ proprio il lavoro delle mamme: accudire i loro piccoli per insegnargli ad essere autonomi. Ed essere autonomi passa dal dipendere.

Solo che al giorno d’oggi dipendere sembra una brutta parola: forse perchè richiama il nostro essere indifesi, il nostro essere fragili, il nostro non essere subito adeguati, il nostro essere nudi di fronte alle grandi cose della vita… ma le parole racchiudono tanto altro oltre alle lettere di cui sono composte: è il nostro codice, il nostro simbolo condiviso, ciò che ci permette di comunicare agli altri quello che abbiamo dentro. E allora vanno usate bene.

Mi ha colpito la domanda che una signora-nonna del mio quartiere, qualche giorno fa mi ha rivolto – con giudizio intimidante e sorpreso, quasi in maniera automatica e assolutamente senza accorgersi di che cosa si celasse in realtà dietro alle sue parole -, vedendo che, seduta su una sedia, stavo dando la merenda al mio bambino tenendolo in braccio a me:

“Perchè in braccio?”

Caspita, mi ha subito infastidito… poi gelato e rattristato.

Perchè io so il perchè della mia scelta, ma lei a priori la giudica errata. Perchè ho intuito come probabilmente la signora ha cresciuto la figlia, che a sua volta ora cresce il nipote.

Perchè dipendere è così sbagliato?

Un bimbo costruisce il suo Sè a partire dall’accoglienza che riceve, dalla capacità materna di interpretare i suoi bisogni e le sue comunicazioni primordiali e di restituirgliele sotto forma di dialogo emotivo, con parole e toni adeguati, che traducano le sue sensazioni caotiche in qualcosa di accettabile e costruttivo del suo io (ecco che cosa è la rêverie materna); un bimbo costruisce il rapporto con se stesso grazie alle esperienze buone che strutturano la sua percezione del mondo… esperienze che numericamente devono superare quelle negative. Se un bambino sperimenta principalmente frustrazione (per esempio nel pianto o nella ricerca di contatto) dentro di lui si costella l’esperienza intima e profonda di non essere degno di attenzione, di essere in grado di creare disagio nella sua mamma, di rovinare l’atmosfera della famiglia; questi vissuti, con la crescita, si possono poi  strutturare in complessi di inferiorità o superiorità, perchè si sa, tante volte nel mondo ci si Maschera da superdotati per coprire le insicurezze… tanto che quasi poi queste insicurezze non si sentono neppure più, e col prezzo per di più di perdere la nostra autenticità, così bella, sincera e istintiva.

Un bambino è un’occasione stupenda di recuperare ciò che siamo nella nostra essenza: però bisogna essere in grado di stupirci e non indignarci, di seguire lui, senza dettare per forza le nostre regole o a priori il modo di fare ereditato… bisogna essere in grado di dare la precedenza a questo esserino così ciecamente e amorevolmente fiducioso e di re-imparare che cosa voglia dire essere puri.

Così possiamo cercare di fare il meglio per la nostra creatura e contemporaneamente il meglio per noi: andare oltre le nostre “strutture”, capire da dove vengono e se sono davvero utili, offrendo un campo più pulito e ristrutturando le nostre modalità. Eh eh, chiaramente questo implica comunicazione, fatica, introspezione e sincerità profonda… pensate ne valga la pena?

Io si! 🙂

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